Mercoledì 30 Luglio 2003, Belem, stato del Parà,
Brasile
Devo fare uno sforzo mentale per ricordarmi cosa
e' successo da quando ho scritto l'ultimo report anche se era solo 12
giorni fa..ma sono successe talmente tante cose che mi sembra almeno un
mese.
Ho passato sei giorni a Manaus la maggior parte dei quali in giro per
ospedali e punti di vaccinazione nella periferia della citta' perche'
per il weekend o motivi vari erano sempre chiusi.
Ci sono riuscito solo al quarto giorno, lunedi, alla stazione dei bus
(rodoviaria), dove l'infermiera dopo avermi iniettato mi ha chiesto:
- "parli spagnolo?"
- "si"
- "sei traduttore?"
- "no"
- "Mi puoi tradurre qualcosa in portoghese?"
(si trattava di un test di ammissione per un'Universita' spagnola).
- "No, non parlo portoghese"
- "Ecco, vedi, leggi e spiegami"
- "Si, ma non parlo portoghese"
- "E alla fine ci sono delle domande alle quali bisogna rispondere".
La conversazione si svolgeva in Portugnol (misto di spagnolo e portoghese),
e dato che non voleva capire che andava incontro a una sicura bocciatura,
gliel'ho tradotto. E' stato un po' imbarazzante spiegarle con un disegno
cos'era un asparago...
Ormai immunizzato anche contro questa malattia, mi sono messo alla ricerca
del biglietto per Belem, e anche questo non e' stato facile perche' per
l'Amazon Star, la barca che avevo scelto, non c'erano altri venditori
che quelli da strada dei quali non mi fidavo troppo...
Il giorno prima della partenza, sempre per strada, sono spuntate delle
ragazze con maglietta "Amazon Star" e ho deciso di fidarmi,
acquistando un posto in cuccetta a 78 Euro (tutti i pasti inclusi).
Il Mercoledì pomeriggio siamo partiti ed e' iniziato un viaggio
bellissimo. Appena preso possesso della cabina mi sono imbattuto in un
Brasiliano vicino di stanza e siamo andati a berci una birra. Poi ho conosciuto
un ebreo inglese che aveva girato il Brasile per 5 settimane. Poi una
coppia di inglesi/irlandesi.
Poi Ivo e Zipi, uno svizzero e mezzo nel senso che Ivo e' meta' Toscano,
poi un tedesco che ha fatto il giro del mondo, poi due ragazze Cilene
anche loro in viaggio...e così via.
Le giornate si passavano a guardare lo spettacolo della Foresta Amazzonica,
a leggere, a dormire, ecc..io che vi ricordo sono un lavoratore, le passavo
anche al computer.
Tutto e' andato bene fino alla fatidica serata in cui gli anglosassoni
hanno deciso di fare un gioco in cui chi perdeva una mano doveva bere...avendo
perso le prime mi sono ritrovato svantaggiato e ho perso anche le successive.
Ne e' risultata un'ubriacatura di dimensioni mostruose che mi ha rovinato
la reputazione agli occhi dei brasiliani. Il giorno dopo infatti tutti
a dire "eh, ieri sera, eh?", come se loro non bevessero mai.
Come se non bastasse sulla barca almeno la meta' erano fondamentalisti
religiosi cristiani, evangelici, esercito di Dio, Assemblea di Dio, Gesù
ti Ama e tutti con magliette tipo da calcio con scritto su qualcosa del
genere. Uno su quattro era un missionario evangelico in viaggio per convertire
le masse tanto che sembrava quasi un campionato di calcio di religioni
diverse in costante guerra di conversioni.
Manaus.
Porto di Manaus.
Durante il viaggio non si sono visti molti animali,
a parte alcuni insetti, uccelli e gli occidentali la sera quando bevevano
(io per la cronaca mi sono astenuto la sera successiva). Verso tre quarti
del viaggio sono iniziati gli abbordaggi degli indigeni che con le loro
barchette a remi si affiancavano al mega barcone in corsa, si attaccavano
con una corda e salivano a vendere cibo.
Moltissimi bambini di pochi anni invece si limitavano ad avvicinarsi al
Titanic con la canoa, salutare, ed aspettare il lancio di patatine, caramelle
ed altre schifezze così da potersi rovinare la salute in maniera
piu' moderna.
A Santarem, grande citta' nel mezzo del Rio, ci siamo fermati qualche
ora e siccome avevo appena finito il bellissimo Guerra e Pace di Tolstoj,
mi sono comprato Anna Karenina che era in offerta speciale in portoghese.
E' forte perche' parlando spagnolo e italiano si capisce quasi tutto di
cio' che si legge in portoghese!
Arrivati a Belem, dopo la colazione sull'erba del parco tipo figli dei
fiori, il gruppo ha dimostrato coesione e siamo tutti andati insieme all'isola
di Algodoal che un amico di Ivo aveva detto essere molto bella e sconosciuta
al turismo internazionale (ma non a quello brasiliano, occhio).
Tre ore di salti col bus, un'ora di barca ed eccoci in questa isola che
in effetti si rivela proprio bella. Peccato per la plastica un po' dappertutto
nelle zone abitate e spesso anche in quelle non. C'e' da dire, anche se
non sara' molto politicamente corretto, che i brasiliani (almeno quelli
visti finora) oltre al calcio amano un altro sport: il lancio della lattina
e del sacchetto di plastica. Peccato perche' sono i custodi di una bella
fetta della natura del mondo.
Per l'alloggio della prima notte abbiamo seguito dei francesi che ci hanno
portato da un loro connazionale e ci siamo sistemati su delle amache sotto
di una tettoia di paglia. Il bagno funzionava con acqua tirata da un pozzo
vuoto e con secchio rotto, mentre la doccia con un secchiello. Costava
5 reales (1,5 euro) ma hanno resistito solo gli svizzeri, Ivo e Zipi.
Il giorno dopo io, Fabio, le cilene e gli inglesi ci siamo spostati in
alloggi piu' accoglienti.
La sera i brasiliani giustamente suonavano tamburi e le ragazze ballavano,
mentre dall'altra parte della strada nel centro culturale/bar altri brasiliani,
in particolare i camerieri, si rovinavano di super alcolici. Noi siamo
andati in spiaggia dove pisciando sulla sabbia o sbattendo i piedi per
terra apparivano delle lucette, alzando gli occhi al cielo si vedevano
stelle cadenti e laggiù, lontano nel buio qualcuno suonava una
chitarra.
Al secondo giorno me ne sono dovuto andare per colpa di internet a 15
euro all'ora (record mondiale), ed ora eccomi a Belem a lavorare. Domani
riparto e dovrei ritrovare qualcuno a Sao Luis dove c'e' un festival reggae.
E' bello aver conosciuto della gente, il viaggio ha acquistato quel gusto
particolare che lo rende cosi' bello. Non c'e' niente da fare: per quanto
un posto possa essere bello, sono sempre le persone a fare la differenza.
Sia in viaggio che a casa.
Incendio a Manaus.
Cena sull'isola di Algodoal. Quello che vedete costa
1,5 euro.
Martedi, 5 agosto su di un bus tra Sao Luis e Fortaleza
A Belem sono uscito con Isaque, un tipo che avevo conosciuto sulla barca.
Mi ha portato in un bar del centro con le mura di mattoni antichi e i
camerieri che ogni tanto ci portavano degli assaggi. Buonissima una specie
di fagiolata da bere che assomiglia moltissimo alla pasta fagioli nostrana.
Mentre un solista suonava e cantava con quel tono rassicurante che solo
i brasiliani sanno dare alla musica, noi si parlava del piu' e' del meno.
Dato che la conversazione si svolgeva in portoghese la cosa era abbstanza
stancante per cui i momenti di silenzio, o meglio, di ascolto della musica
non erano rari.
A un certo punto mi chiede:
-"Da quant'e' che viaggi?"
-"Un po' da sempre, ma e' dall'inizio del 2000 che non mi fermo piu'
di 4 mesi in un posto"
-"E non ti manca un posto fisso? Io dopo un mese anche se vivo solo,
sento il bisgno di tornare alle mie cose, ai miei libri."
-"Io se mi fermo, dopo un po' devo tornare a viaggiare".
L'ho visto spesso quello sguardo, in molte persone, negli ultimi tempi,
ma questa volta l'ho visto meglio e ne ho sentito piu' forte il significato.
E' il muro. Quella sensazione di tristezza e di solitudine del residente
che non ha la capacita' di capire il viaggiatore. E' uno sguardo che rispecchia
un sentimento di pena, di compassione, per il viaggiatore costretto per
un motivo solo a lui conosciuto, di "girare il mondo tutto solo",
come in Desperado, degli Eagles.
Ogni volta che vedo quello sguardo mi sento un po' come quando adolescente
la suora mi guardava, io ateo convinto, e mi diceva di ascoltare Gesu'
che si sarebbe fatto sentire. Vedeva in me un vuoto, quella cosa che la
riempiva in me non c'era, e di conseguenza sentiva tristezza.
Non capiva che non credendo in Gesu', non potevo neanche mettermi a parlare
con lui. Se glielo dicevo, ripeteva di provare a parlare con Lui. Non
ci si capiva.
Gesu', per la cronaca non mi ha mai parlato, e onestamente non avrei saputo
cosa dirgli.
Allo stesso modo il residente che pensa alla sensazione di sicurezza e
familiarita' della casa, si immagina senza di essa e sente un vuoto.
E' un processo di sottrazione teorico che non trova riscontro nella realta'
del viaggiatore. Una volta avrei tentato di spiegare che quella sensazione
di casa, io la provo in continuazione praticamente ovunque. mi basta essere
in buona compagnia davanti a una birra, e a volte anche da solo.
Se siamo tutti fratelli, perche' lo dovrebbero essere di piu' quelli con
un indirizzo simile? I miei fratelli sono i viaggiatori che incontro per
strada.
Lasciando Belem in bus ho ritrovato il tedesco round-the-world, della
barca che andava anche lui al Festival Reagge di Sao Luis.
Sedutomi al mio posto vedo che la mia compagna di viaggio e' una ragazza
che guarda fuori dal finestrino.
-"Vai a Sao Luis?"
Si gira verso di me con gli occhi in lacrime, mi sussurra un si spaventato
e si rigira. Che fare? Che dire? Consolarla in un portoghese vecchio di
due settimane? Decido di lasciarla tranquilla che odio essere invadente
e durante la notte con lei nascosta completamente sotto un pareo, mi accorgo
che vado piano piano identificandola con una delle ragazze dal pianto
facile dei romanzi di Tolstoi tanto che all'alba, mezzo assonnato, mi
pare di vederla spuntare vestita per un ballo a corte e che mi parli in
russo. Niente di tutto cio'. se ne sguscia fuori e zompetta giu', in mezzo
alla campagna di palme. Addio Natasha Bronski.
La Amazon Star.
Rio delle Amazzoni.
Giovedi' 17 Luglio 2003, da un bus in Brasile, verso
Manaus
Ispirato da quello scrittore che diceva: "ho trovato due strade nel bosco,
io ho preso quella piu' difficile e meno frequentata, ed e' stata la scelta
giusta", io ho scelto quella piu' facile e me ne sono sceso in Brasile.
Ovviamente appena salito in bus ho conosciuto un australiano e un inglese
che erano appena stati in Colombia e mi hanno detto che al momento attuale
il Venezuela e' ben piu' pericoloso. Non l'ho scritto ma in seguito alla
crisi politica (colpo di stato fallito) e' aumentata la criminalita' e
un centinaio di morti ammazzati nel weekend e' la norma.
Non ci crederete ma l'australiano del Queensland viaggia con tanto di
didgeridoo al seguito, della serie supportiamo gli stereotipi., L'inglese
invece si e' fatto 3 giorni di galera in Argentina perche' il tipo che
l'aveva tirato su in autostop aveva appena rubato la macchina, poi ha
fatto un incidente ed e' scappato, lasciando l'inglese solo a subire le
accuse di furto in spagnolo (lui che sa dire solo "cerveza" - birra).
1300 Dollari hanno risolto il problema con un buon avvocato. Non viaggiate
da soli ragazzi, prendete un pacchetto, ve l'ho sempre detto.Ci eravamo
lasciati alla Isla Margarita, no? Ok, dopo qualche giorno di spiaggia,
corsette abbatti-panzetta (funzionano!!), tric-troc sul computer e un
tocco di vita notturna, ma non troppo, ho deciso di andare, appunto in
Brasile. Devo dirlo chiaramente: non prendete me come esempio se dovete
viaggiare indipendente.
Una guida, tipo la Lonely Planet, compratela. Io ho le scusanti che
1) Non sapevo dove andavo quindi che guida compravo? Caraibi, Sud America.
Centro America?
2) In Venezuela non l'ho trovata
3) Di solito scrocco la guida agli altri backpackers, ma in Venezuela
non se ne sono visti Insomma mi sono ritrovato bloccato da un mancato
vaccino contro la febbre gialla che NON confermo ufficialmente di essermi
procurato illegalmente come dicono abbia detto in radio, era solo un problema
di collegamento telefonico che ha distorto le mie parole. E' stato molto
bello il viaggio dalla Isla Margarita fino a Santa Elena de Uariez (confine
col Brasiu).
Dato che nessuno pareva sapere niente di orari di ferry e bus ho deciso,
molto logicamente, di partire presto per arrivare il piu' lontano possibile
in quella giornata destinata al viaggio. - sveglia alle 5:30 del mattino
che per me, fautore del "m'arzo quanno me sveglioo" del romano Marco conosciuto
in Cina, e' gia' un sacrilegio. - camminata con zaino fino al bus
- 1 bus per Porlamar (capitale dell'isola), 1 ora per 12 km
- 1 bus per Punta de Piedra (dove c'e' il ferry), 1 ora per 15 km - arrivo
alle 8 e il ferry e' alle 10
- arrivo a Puerto la Cruz (terraferma) alle 12 - camminata con zaino e
sole spaccapietre fino alla stazione dei bus e il bus e' alle 4
- me ne vado a mangiare e torno alle 3, il pullman arriva alle 7.
Insomma alle 7 ero ancora a pochi km dal punto di partenza. Ma il viaggio
e' magia e proprio in una situazione come questa ci sono stati dei bei
momenti. Come di solito accade, le disgrazie uniscono e mi sono messo
a parlare con un venezuelano-tedesco che vive in Colombia ed e' costretto
ad andare fisicamente da suo padre in un paesino venezuelano a prendere
i soldi perche' c'e' il blocco totale dei bonifici in valuta. Non ci e'
arrivato perche' sul nostro pullman non l'hanno fatto salire in quanto
non aveva biglietto che non aveva potuto comprare perche' non c'era nessuno
all'ufficio.
Il pullman era mezzo vuoto. Poi conosco una cilena che lavora per l' Unicef
con la quale mi faccio il viaggio di notte e mi racconta come devo fare
per raccogliere sponsor per il Tripcentre, dato che lei proprio di 'ste
cose si occupa.
Poi scende in mezzo alla Gran Savana/Sabana e mi dice di non perderla
che' bellissima.
Indigeni.
Poi mi metto a parlare con un brasiliano molto
simpatico che mi dice: - "Eu soy pastore..." e mentre io penso a qualcosa
di simpatico da dire sulle pecore (giuro), aggiunge
- "..si, pastore evangelista e soy andato a evangelisare una iglesia en
Venesuela" (ragazzi metteteci in mezzo l'accento brasiliano ed e' troppo
forte). Da dire: il bus era di una comodita' estrema, con sedili reclinabili
quasi-a-letto e aria condizionata, tanto che mi sono detto:"invece di
fermarmi vado fino in Brasile".
E pensare che su due volte che ho preso l'intercity in Italia, due volte
non funzionava l'aria condizionata e una volta abbiamo avuto due ore di
ritardo e non mi hanno dato il bonus perche' non avevo prenotato (?!?!!).
Vabbe'. Ma insomma, arrivato in questa citta', scopro che ci vuole il
certificato internazionale contro la febbre gialla e che dopo essersi
inoculati il vaccino, bisogna aspettare 10 giorni.
Uno sguardo agli avvoltoi volteggianti nella Savana e decido che 10 giorni
qui non li voglio passare. Avendo calcolato a puntino i soldi (non fatelo
mai), mi sono ritrovato con 1000 bolivar (circa 1000 lire) e non ho potuto
prendere un taxi, per cui via a piedi sotto una pioggerella fitta fitta
fino a questo posto western dove come prima cosa mi butto in una banca
e in solo un'ora me ne esco con dei soldi (perche' non sono andato al
bancomat? Non prendeva la Visa e il conto sul quale ho la Maestro/Cirrus
e' quasi a secco).
Mi piazzo poi in un bell'Hotel a pochi schei (7 euro) e via alla ricerca
del certificato. Una volta sistemato il problema burocratico apparentemente
insolubile dato un ospedale in "sciopero indefinito finche' non ci pagano",
mi faccio un giro in bicicletta per la Gran Sabana, con tanto di avvoltoi
che si mangiano un cane morto, e al ritorno mi perdo col sole che quasi
cala e le zanzare che iniziano a penetrare lo strato di Autan.
Cerco di orientarmi con il sole ma mi rendo conto che non me ne intendo
di questi sistemi moderni e gia' mi vedo stecchito a fare da dessert agli
avvoltoi ed ecco che tra l'erba alta un metro appare un indigeno in abiti
civili e gli chiedo la strada e lui con lo sguardo saggio forte di una
cultura millenaria, senza un attimo di dubbio, mi dice: "di la'". Allora
vado di la' e stanno bruciando l'erba e se arrivavo 5 minuti dopo avrei
dovuto pernottare dagli indigeni e parlare in Swahili con i solito discorsi
sulla Grande Luna e il Leopardo parlante. Alla fine la mia avventura finisce
e anche se il tutto si e' svolto a 5 km da Santa Elena, mi e' sembrato
di essere un eroico esploratore.